Ecco uno slide show power point molto interessante, steso direttamente dall’INV (Instituto Nacional de Viticoltura)
Superfici vitate in Argentina e numero di vigneti 2005
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Ecco uno slide show power point molto interessante, steso direttamente dall’INV (Instituto Nacional de Viticoltura)
Superfici vitate in Argentina e numero di vigneti 2005
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Obbiettivo enologico: vino rosso affinato in barrique fascia premium; Mercati di riferimento: USA, Giappone, Russia, UK e BRD.
Assoluta è la mancanza di una cultura del piccolo risparmio (tassi al 20% ed inflazione selvaggia), impensabile è l’imprenditoria giovanile in un paese tutt’altro che gerontocratico. Non esiste una classe media, ma masse proletarie e subproletarie con rispettivi padroni. Chi potrebbe prestare attenzione alle sorti del terroir ed alla tradizione o alla sua ennesima idealizzazione, perduta per sempre?
Moda o vocazione? Con questi parameti alle aziende mendozine non resta che sperare che la crisi non finisca e che il consumo di carne si mantenga. Vocazione rimane un concetto relativo. Stando così le cose più che affidarsi alle mode, investire in malbec a livello aggregato è come sottoscrivere un’assicurazione sulla vita. Ci si tuffa sui cambiamenti come al solito senza paracadute. La solidità di obbiettivi condivisi, l’omogeneità dell’offerta ma soprattutto i benefici derivanti dalle economie di scala metteranno comunque al riparo dalle fluttuazioni del mercato. Servono costi contenuti e integrazione di reti e servizi. C’è un terroir dalla storia pluricentenaria, un mercato del lavoro con costi da terzo mondo, un amministrazione che antepone la viticoltura a tutto, un fitto intreccio di società, consorzi ed associazioni di valorizzazione pubbliche e private. In una parola c’è Unità. Nella scelta del vitigno come in quella della monocoltura della soia è difficile spostare l’attenzione delle maestranze argentine dalle contingenze momentanee. Queste parlano chiaro: i prezzi cresceranno, le opportunità si moltiplicheranno. I flussi di turisti e lo spazio sulle riviste internazionali aumenteranno, il governo federale sosterrà la maggiore industria del paese per valore delle esportazioni. Anche se concentrata nel 4% del territorio di una provincia marginale. L’Argentina è un Paese capace di reggere i ritmi di crescita di Cina e India quando non impegnato in blocchi agrari (l’ultimo durato 120 gg ha impegnato l’intero settore agropecuario, produzione latteo-casearia compresa), scontri e contese legislative tra centri e periferie, crack finanziari per troppa “disponibilità al dialogo” tra politica e grandi gruppi economici occidentali. Inutile protrarsi nel confronto tra i vari indici economici truccati ad uso e consumo del FMI, principale creditore di questa nuova Argentina. La potenzialità è tutta nella perizia dei lavoratori e nelle loro paghe mai al passo coi prezzi, nelle protezioni contributive per la grande industria e nelle tutele pensionistiche inesistenti per la maggior parte dei lavoratori. Nello zelo di uno Stato sempre pronto a implementare reti tecnologiche e servizi in grado di “acchiappare” l’afflusso di capitali esteri, in un sistema universitario moderno e perfettamente agganciato alle esigenze dell’industria.
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Il parral è uno dei segni più comuni della tradizione argentina, anche se la crisi dei prezzi delle uve non “finas” [1] sembra condannarlo all’oblio.

L’attitudine produttiva e la relativa facilità di reperimento di manodopera a basso prezzo garantiscono tuttavia a questo tipo di tendone un futuro prossimo più che sicuro.
Ultima variante da proporre è il celebre parral tetralateral, che prevede al posto dei tralci di un anno 4 cordoni speronati.
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note
| [1] le “uvas finas” nel sistema di compra-vendita delle uve giungevano a triplicare il prezzo al kg delle uve comuni nel 2009: mediamente 1.20 pesos arg/kg (30 centesimi di euro al kg) Si tratta ovviamente di vitigni internazionali coltivati secondo i dictat degli agronomi aziendali. Standard qualitativi difficilmente alla portata dei piccoli e medi produttori di uva.
[2] Cuyo è un termine indio traducibile con “paese delle sabbie”. Indica l’unione delle provincie di Mendoza, San Luìs e San Juan e fa riferimento alla natura desertica della zona. Il termine rimanda all’ancestralità della Cultura Huarpes. [3] cavi strutturali, sostengono in questo caso la vite su un reticolo che si sviluppa perpendicolarmente al piano descritto dal terreno. le piante si distanziano l’una dall’altra di 2,5 m definendo lo spazio per celle quadrate. [4] IL vino bianco argentino. esistente nelle tre varietà t. riojano, t. sanjuanino e t. mendocino, è praticamente considerato un autoctono. Da il meglio di se nelle valle del Cafayate, dove i vigneti svettano a oltre 2000 m slm, ma rende in generale ovunque in altura. Di aroma [5] raccolto, vendemmia. |
La moda della California, come la moda del parral [1] ai suoi tempi, stravolgerà l’aspetto della campagne e delle cantine. Gli argentini aderiranno al nuovo spirito come ad un muss sein [2], un dover essere aprioristico e senza spazzi di discussione. Il passaggio sarà gestito dai leader con la solita profusione di parole chiave e sguardi in camera. Il cambiamento sarà ovviamente “poblàr” [3] e coinvolgerà le piazze. I telegiornali proporranno immagini di futuri di tecnologia e progresso. La carta stampata chioserà con la consapevolezza critica di chi affronta l’ineluttabile. I professori nelle università disamineranno i perché alla luce delle lavagne luminose. Se ne parlerà nei ristoranti tra amici e sul lavoro coi sottoposti.
Tradimento? La poetica del terroir come incontro tra storia e luogo non trova nella pragmatica del fincadero [4] argentino terreno fertile.
Fedeli al mercato e alle sue mode i mendozini non proveranno rimorsi nel mettere in soffitta tutte le proprie cose e ricominciare da zero una nuova avventura. Ecco dunque le nuove direttive di produzione distribuite dai responsabili marketing agli agronomi e da questi ai fornitori o agli operai agricoli. Come un organismo solidale.
Al fantasma del turista-gringo [5] le leve produttive. Vino rosso/asado/tango [6], servizio all-inclusive. I mendozini, che tra l’altro il tango non l’hanno mai sentito fino all’avvento della radio, hanno inteso il terroir come concetto metafisico. Lasciano che il termine sia spalmato sulle brochures e non si crucciano nel vedere il prodotto asservito alle mutevoli esigenze di quest’assenza.
Chi parla di terroir in Argentina sono gli enologi di grido, sempre col sorriso cinico di chi cavalca una moda. Di chi sa di gestire semplicemente il valore aggiunto di un’etichetta.
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| note
[1] tendone argentino. sanjuanino, cuyano e la variante in “H”. negli anni ‘50 con il passaggio ad un agricoltura industrializzata i viticoltori mendozini, e non solo, si tuffarono su questo sistema di conduzione in massa, abbandonando la tradizionale spalliera bassa per rese/ha e praticità dei lavori agricoli. [2] dover essere [trad. tedesco] [3] popolare [trad. spagnolo]. le connotazioni di questo termine, ricorrente nella retorica politica argentina, portano a sfondi ideologici comuni alle Culture di tutto il Sudamerica. Si parla ovviamente di Unità e solidarietà, valori fondanti ed insostituibili. [4] possessore di finca, ovvero di una tenuta [trad. spagnolo] [5] il gringo in argentina è chiunque provenga dall’Europa o dal Nordamerica. Curioso a dirsi, ovunque in Sudamerica gli argentini sono a loro volta considerati gringos. [6] l’asado è la griglia su braci di legno ardente, tipica della Cultura argentina |
Fa sorridere il leggere nei commenti alle statistiche argentine l’espressione “potenziale produttivo inespresso”. Sentir parlare gli osservatori internazionali di modernizzazione necessaria fa sorridere chi questo paese l’ha vissuto.
Oggi il viaggiatore occidentale troverà come zoccolo di queste statistiche una società destinata a scomparire. Il tramonto di cultura fondata su consuetudini e modi di fare “criollos” [1] oramai confinata alle campagne periferiche. Le fasi finali di una società sopravissuta all’industrializzazione nelle sue superstizioni e riti ancestrali. Meticcia, con livelli di scolarizzazione da ‘800 italiano e caratterizzata da mobilità orizzontale e verticale inesistenti. Una società dove il Cattolicesimo si fonde con devozioni popolari extra-Cristiane come la martire di Correa o il Gaucito Gil.
Il malbec, prodotto più fortunato di questo ambiente, è oggi proposto dalle classifiche di winespectator come uno dei fenomeni più promettenti dell’enologia mondiale. Un vitigno selezionato dalle esigenze di generazioni di lavoratori coatti e venduto come sensazione a élite occidentali de-territorializzate. Da testimone del cambiamento a caposaldo dell’Ho.re.ca trans-nazionale.
Il mito delle grandi quantità relative di prodotto e la selezione di varietà e sitemi di produzione capaci di reggere lo sforzo di 400 quintali per ettaro [2], l’irrigazione a quasi 10.000 m3 acqua/ettaro/anno [3] ed il letame “a badilate”. Questa è la tradizione in Argentina.
Il malbec, “malvèc” secondo la pronuncia mendozina, è la lotta tra l’inerzia dei sistemi consuetudinari e la fluidità del capitalismo moderno. I percorsi di identità e tradizione contro l’opportunità di remunerazione offerta da una posizione geografica. Da una parte affittuari in balia di agenti atmosferici e oidio, con residenze ricavate da casolari isolati in totale assenza di servizi, strade di accesso polverose e prezzi delle uve a 50 centavos/kg [4], con l’alternativa di produrre vino per 10 centavos al litro. Dall’altra la colonizzazione delle monete europee ed americane ed i salari sicuri delle nuove strutture agroindustriali. L’avvenire.
Nascerà un modo più veloce di fare soldi e l’adesione sarà indiscussa e unanime. Senza nessuna assicurazione ci si tufferà sulle nuove procedure californiane buttando al vento secoli di tradizioni argentine.
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| note
[1] creoli
[2] 80 qq/ha 99 qq/ha media nazionale italiana [3] 5 volte la media italiana [4] 1 Euro = 5.5973 pesos arg (10/11/09) |